mercoledì 21 novembre 2012

BPA ovvero...l'analisi delle tracce di sangue

Vi siete mai chiesti quali tecniche e analisi gli agenti della polizia scientifica della più famosa serie televisiva americana CSI impiegano per la ricerca degli assassini? Perché fotografano e filmano anche la più piccola goccia di sangue sulla scena del crimine? E come mai spesso il sangue ritrovato durante il sopralluogo non ha sempre la stessa forma? 
Ebbene più di un secolo fa in Europa nacque il Bloodstain Pattern Analysis, più conosciuto con l’acronimo BPA, cioè una disciplina criminalistica che studia numerosi fattori delle tracce ematiche quali: la forma, la quantità, la distribuzione e la posizione delle gocce di sangue sulla scena del crimine. La funzione della BPA ha un valore aggiunto per la ricostruzione della dinamica del reato perché consente d’individuare la posizione spaziale della vittima e del reo al momento del crimine. Questa disciplina si fonda non soltanto sulla semplice osservazione, ma anche sulla biologia, sulla fisica e sulla matematica. La biologia perché il sangue è un tessuto biologico composto da plasma, cellule, piastrine, globuli bianchi e globuli rossi. La fisica perché il tragitto della goccia ematica dipende dalla gravità, dall’attrito e dalle leggi che regolano la tensione del substrato. La matematica perché calcolando l’ angolo d’impatto  si può risalire grazie alle equazioni del moto al punto di origine. Per determinare questo punto si traccia la prosecuzione degli assi maggiori delle macchie, fino a vederne la convergenza. Se a questo si aggiungono le informazioni sull’angolo d’impatto, si ottiene una ricostruzione completa in tre dimensioni. L’angolo d’impatto e la velocità d’impatto sono i parametri fisici che, insieme all’attrito dell’aria e alla forza di gravità, permettono di determinare la traiettoria della goccia ematica.
La forma delle tracce di sangue sulla scena del crimine riveste una notevole rilevanza:

 la gocciolatura è una piccola quantità di sangue, che assume la forma di clava e/o punto esclamativo  se cade da un soggetto in movimento; la parte più sottile, ossia l’estremità appuntita è opposta alla direzione di provenienza del sangue;

la colatura è la traccia conseguente alla caduta su un substrato inclinato;

la pozza è una traccia ematica estesa, che si può trovare completamente o parzialmente sotto il corpo da cui è originata;

la pozza prende il nome di gora se il substrato è inclinato;

spruzzi e schizzi sono il risultato di una proiezione di sangue su una superficie, che prendono la forma di macchioline rotondeggianti o puntiformi, qualora il sangue sia proiettato con forza su una superficie; 

le tracce secondarie sono originate dal successivo trasporto sul substrato da cui si rivengono, spesso caratterizzate dal fatto che il sangue assume una distribuzione disomogenea e non uniforme.

Tutti questi tipi di tracce hanno una spiegazione ed un’origine ben precisa. La forma della goccia ematica è il punto di partenza fondamentale per poter determinare l’angolo d’impatto: gocce piccole sono prodotte da eventi più traumatici come ad esempio le armi da fuoco o dei corpi contundenti molto veloci, forme più grandi vengono prodotte generalmente  da colpi più lenti. 

In "Interpretation of bloodstain evidence at crime scenes" William Eckert e Stuart James propongono un’ulteriore classificazione delle tracce ematiche:

impatto a bassa velocità: il sangue si muove lentamente(massimo 1,5 m/s) e le tracce di sangue presentano un’ampiezza pari o superiore a 3 mm. Si realizza per forze esterne e non si assiste ad una vera e propria dispersione della goccia;

impatto a media velocità: la velocità in questo caso è compresa tra 1,5 m/s e 7,6 m/s. Solitamente l’ampiezza è compresa tra 1 e 3 mm anche se possono essere prodotte gocce più grandi e più piccole. Queste tracce sono le più comuni e sono spesso prodotte da traumi contusivi da oggetti ottusi come colpi con bastoni, martelli, pietre, pugni…

impatto ad alta velocità: la velocità è superiore ai 30 m/s e a causa della piccola dimensione delle gocce, che non superano il millimetro, queste attraversano soltanto una piccola distanza, non superiore al metro. Le goccioline prodotte da questo tipo d’impatto generano una dispersione simile alla nebulizzazione. Esse vengono prodotte da traumi cagionati dall’impatto di agenti balistici, da esplosioni…
I colpi d’arma da fuoco generano schizzi proporzionali alla velocità d’impatto del proiettile, che trasferisce la sua energia cinetica ai tessuti. Gli schizzi che si creano si disperdono con una forma conica e si suddividono in Forward spatter e Back spatter, ovvero, spruzzo in avanti e spruzzo indietro. Il primo è associato al foro di uscita, il sangue infatti segue la forza e la direzione del proiettile per poi disperdersi verso le superfici; i Back spatter sono associati al foro d’ingresso del proiettile e sono spruzzi causati dai gas compressi che restano imprigionati fra la cute e le ossa e provocano l’espulsione di materiale biologico dal foro stesso.
Non si notano delle differenze sostanziali tra i primi e i secondi, anche se i Forward spatter sono solitamente più densi e posti in maniera simmetrica, mentre nei Back spatter si può notare la presenza di materiale biologico diverso dal sangue come frammenti di osso e tessuto; se la distanza tra l’arma da fuoco e il corpo è ampia si nota che il back spatter può essere completamente assente.
La Polizia Scientifica, presso l’Unità per l’Analisi dei Crimini Violenti, ha prodotto un software denominato AnTraGoS (“Analisi delle Traiettorie delle Gocce di Sangue”), permette l’analisi automatica delle traiettorie delle gocce di sangue e l’angolo d’impatto partendo dai dati metrici ottenibili dall’analisi delle fotografie scattate sul luogo del crimine. Questo programma informatico che utilizza un metodo scientifico per la ricostruzione di un evento criminoso, permette di ridurre i margini d’errore che possono essere presenti . Inoltre la polizia scientifica per le ricostruzioni tridimensionali usa uno scanner laser 3D, che permette di acquisire una nuvola di punti dell’ambiente ed è estremamente utile per definire il sopralluogo virtuale.

martedì 9 ottobre 2012

L'evoluzione della Ricostruzione Facciale


Una delle tecniche forensi usate in antropologia ai fini d’indagine per poi giungere ad un identikit è la ricostruzione facciale.
Tale tecnica può essere usata non solo per lo scopo d’indagine, ma anche per finalità storico-scientifiche, partendo dallo studio del cranio e dove è possibile dell’intero corpo, per poi passare alla ricostruzione dei muscoli.
La tecnica della ricostruzione facciale viene usata nel campo forense per identificare dei resti a cui non si può dare un volto, per poi concludere ad una rielaborazione dell’immagine ottenuta al computer, inoltre costituisce un modo di unire le diverse informazioni del profilo biologico in un’immagine intellegibile e facile da ricordare per chi la osserva.
La prima ricostruzione cranio-facciale è stata svolta dall’anatomista tedesco Wilder nel XIX secolo, egli ricostruì il viso di alcuni personaggi famosi, come Dante Alighieri, Bach; tali ricostruzioni furono importanti perché per la prima volta si cercò di capire la relazione tra la stesura ossea e i tessuti molli.
Al giorno d’oggi  le ricostruzioni facciali hanno una definizione migliore rispetto al passato grazie alle tecniche in 2D e 3D; tali tecniche non possono essere considerate definitive, dato il continuo evolversi della tecnologia.


venerdì 28 settembre 2012

Come si identificano i cadaveri


In Italia ai problemi economici, sociali, familiari, bisogna aggiungere il problema del ritrovamento dei resti umani o cadaveri.
Si parla di cadavere nel momento in cui avviene l’accertamento della morte, prima di esso si parla di salma in quando nel corpo umano sono assenti le funzioni vitali.
Nel mondo odierno, con la crescente immigrazione e il cambiamento dei legami familiari, il numero delle persone scomparse e di conseguenza i cadaveri sconosciuti tendono ad aumentare.
Se si ha di fronte un cadavere si parla di identificazione quando l’attività è diretta a stabilire l’identità di una persona comprendendo il suo processo psicologico che avviene in età infantile.
L’identificazione di tali resti forniscono un contributo importante alle indagini giudiziarie di tipo penale, civile ma anche in ambito sociale, morale, oltre a restituire un’identità anagrafica a un cadavere non identificabile per motivi che vanno dalla decomposizione alla carbonizzazione passando alla scheletrizzazione.
Il primo passo che si deve fare, quando si ha di fronte un resto compromesso è quello della diagnosi di specie, in modo da capire se si tratta di resto umano o animale, successivamente si passa alla diagnosi di età e di sesso tramite l’antropologia, attraverso il confronto dei tessuti molli e ossa,  l’odontologia, con l’esame dei denti comparando i dati post mortem e ante mortem.
Una volta terminate le varie diagnosi si procede con la ricostruzione facciale e la divulgazione dell’identikit chiamato anche “profilo biologico”.
Non bisogna dimenticare l’importanza delle impronte digitali, in quanto possiedono un elevato potere individualizzante. Al giorno d’oggi, non importa se si ha di fronte delle impronte danneggiate perché grazie all’evoluzione tecnologica e scientifica, possono essere ripristinare con l’utilizzo di accorgimenti chimici.
La tecnica dell’identificazione dei cadaveri è una delle varie tecniche usate nella scienza forense che aiutano chi lavora nel mondo delle investigazioni a capire chi e cosa hanno di fronte.

Capire meglio l'INDICE GULPEASE


Il Gruppo Universitario Logistico e Pedagogico, conosciuto come INDICE GULPEASE, consiste in un indice di leggibilità di un testo della lingua italiana.
Definito nel 1988 da Tullio De Mauro, docente universitario dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, sottolinea, attraverso una formula contenete due variabili: la lunghezza delle parole e la lunghezza della frase rispetto alle lettere contenute nel testo, la poco o la alta leggibilità.
Si è arrivati ad una definizione di tale indice, dopo verifiche fatte su diverti tipi di lettori, formulando così una scala d’interpretazione ricavata dalla relazione tra i risultati della formula con il grado di scolarizzazione del lettore.
La formula GULPEASE ha il vantaggio di calcolare la lunghezza delle parole in lettere, consentendo di realizzare una versione informatizzata della formula denominata Èulogos SLI, l’unico problema che si è presentato in questo sistema è la punteggiatura, in quanto bisogna stabilire l’inizio e il fine di ogni frase; infatti la soluzione adottata, è la ricostruzione di un modello del testo in analisi e su quel testo stabilire i punti di fine frase, consentendo così di dare più affidabilità all’indice GULPEASE.
Non bisogna dimenticare una delle regole più importanti per chi scrive: mimetizzarsi nel lettore, che può essere di alto o di basso livello di istruzione; perché essere semplici nello scrivere permette al lettore di non interpretare in malo modo il significato del testo.